
I miti greci non erano dei semplici racconti, bensì dei veri e propri archetipi dei comportamenti umani, nel senso che ne contenevano le ansie, i sogni, le aspettative, i bisogni, le sofferenze, insomma, quel mondo interiore che verrà chiamato psicologia del profondo.
James Hillman parte da questa tesi, sostenendo che, in assenza di miti e di divinità, per comprendere le nostre scissioni e i disturbi della nostra psiche, si debba ricorrere alle ombre del passato, agli archetipi antichi.
Per farlo, Hillman analizza tante figure del mito: Giove, Dioniso, Atena, Ananke, Marte, Afrodite, Ermes, Apollo, Eros, Era, riconoscendo in esse le strutture archetipiche che verranno utilizzate dalla psicologia analitica per comprendere l’animo umano.
Pur leggendo, per esempio, il mito di Dioniso, partendo dagli scritti di Jung e Nietzsche, egli riconosce come gli attributi che gli venivano accordati, riguardassero l’isteria, la possessione, i lati oscuri della psiche, la dissociabilità, la follia, patologie che solo lo psicanalista riesce a guarire, risalendo alle origini della malattia partendo dal presupposto che ognuno di noi è (anche) posseduto da un pantheon di divinità e che il riconoscere tale stato di cose è l’inizio della cura.
Le divinità diventano, in questo modo, foriere di eventi psichici anormali, di stati morbosi, di disordine, di afflizione; è come se il patologico avesse sempre bisogno del mito per essere compreso e che il rimedio possa avvenire soltanto con la terapia.
I tragici greci si richiamavano ad Ananke quando la situazione era disperata, nessun eroe poteva sconfiggerla, essendo un nodo dal quale era difficile liberarsi.
Da questo punto di vista mitico ciascun archetipo ha i suoi temi patologizzanti e ciascun evento patologizzato ha una prospettiva archetipica (motivo per cui ricorro spesso e volentieri alla mitopoiesi sia nei percorsi formativi nella Mindwoods Academy sia in seduta). Le norme del mito danno spazio a ciò che non può trovare spazio nella psicopatologia accademica, nella medicina e nella religione.
Le figure del mito che litigano, imbrogliano, amano, sono vulnerabili e consumano vendette, mostrano che gli dei non sono perfetti e consentono al nostro “mondo secolare” di essere la tempo stesso mitico, dunque una proiezione imitativa del loro mondo, patologie incluse. Ciò che compiono gli dèi in una realtà immaginale di miti si riflette nella nostra immaginazione come fantasie. Noi non possiamo immaginare niente che non sia già dato nella sua forma dall’immaginazione archetipica degli dèi.
Anche Edipo è sottoposto alla legge di Ananke, ma la lettura che ne dà Hillman è ben diversa da quella freudiana, dato che egli sposta tutto sul piano del suo rapporto con la città malata, di cui vuol conoscerne il motivo, tanto che la sua analisi diventa autoanalisi, mentre il suo conflitto non è più col padre, ma con ciò che sta succedendo ai suoi cittadini, in questo senso il suo diventa un vero e proprio viaggio terapeutico. Di Freud, Hillman conserva il metodo, per lui il mito di Edipo appartiene al processo del divenire consapevoli attraverso il viaggio di conoscenza di sé.
La ragione principale per cui la mitologia greca è importante, soprattutto per gli occidentali, va ricercata nelle parole dello stesso Hillman che scrive:
“[I greci] non conobbero una psicologia del profondo e una psicopatologia, contrariamente a noi. Loro avevano i miti. Mentre noi non abbiamo miti veri e propri – solo una psicologia del profondo e una psicopatologia. perciò la psicologia mostra i miti in vesti moderne, mentre i miti mostrano la nostra psicologia del profondo in vesti antiche”.
Tutta la psicologia di Hillman è attraversata da un afflato alchemico che si rifà al paradosso del fuoco (dell’alchimia della psiche) e che consiste nel doppio comandamento: Non rimuovere il desiderio/non agire il desiderio che somiglia tremendamente a quall’abitare lo stato emotivo che di volta in volta si para davanti alla nostra coscienza durante la pratica meditativa.
Da un lato il fuoco farà di tutto per agire il suo desiderio perché il fuoco si diffonde e il suo appetito consuma qualunque cosa e non può essere nascosto.
Recita un proverbio arabo: “Tre cose non possono essere nascoste. Un cammello in un deserto, un uomo innamorato e il fuoco”.
Il fuoco desidera (ardentemente, appunto) essere visto e non accetta di essere rimosso, un pò come i nostri pensieri, le convinzioni più radicate in noi. Il fuoco non vuole che le sue scintille siano soffocate sotto la cenere, ecco perché vani (e controproducenti) sono i tentativi che facciamo di rimuovere parti di noi/pensieri/emozioni nonostante viviamo in un’epoca che nega l’esistenza di buona parte dell’esperienza umana (e qui un pensiero vola alla cara Joanna Macy che conosce nel profondo il beneficio e l’urgenza di richiamarci alla responsabilità di vederlo e sentirlo tutto il dolore, senza più negarlo o addomesticarlo).
Il fuoco è veloce come certi pensieri che in un battibaleno invadono la nostra mente e oscurano il cuore ma il calore diretto, dicono gli alchimisti, rovina l’opus.
Il fuoco diretto annerisce e ustiona i semi e lo sapeva l’Imperatore Augusto che esortava al Festina lente, motto per il quale furono coniate monete d’oro con un granchio e una farfalla a simboleggiare questo paradosso: affrettati piano (che è anche il titolo di un meraviglioso libro di Corrado Pensa).
Dunque in questo paradosso c’è l’invito a non agire il desiderio e a non tenerlo dentro: una doppia negazione che esorta ad agirlo interiormente in una fuga mercuriale che invita a mettere il desiderio a cuocere nel rotundum, il vaso alchemico che può ricordare anche la forma del cranio.
Dunque l’invito metaforico che ci viene offerto qui, è quello di imparare a contenere il nostro calore interiore nella testa, riscaldando le fantasticherie della mente che immagina, proietta, fantastica, pensa.
Il recipiente separa e al tempo stesso contiene: è il modo in cui abbracciamo gli eventi, li immagazziniamo, li ridisegnamo secondo il nostro stile.
L’alchimista è dunque colui o colei che impara ad osservare la propria interiorità perchè è la presenza di un contenitore che separa che permette l’osservazione ed è lì, in quello spazio intimo e privato di ciascuno di noi che le intenzioni della volontà umana si sottomettono alla guida delle immagini, dell’influenza poetica, dell’ispirazione che nasce dalla possibilità di narrare una storia nuova, sorta dalle ceneri del processo alchemico interiore.






