
Ti auguro tempo ma non per correre e avere fretta, anelando chissà quale risultato che potrà finalmente autorizzarti a essere felice.
No, ti auguro tempo per essere contento o contenta, per accorgerti del miracolo della vita e succhiarne il midollo, gioire dell’infinita rete di piccole cose dentro cui vivi, onorandole.
Questo è lo spirito dei retreat di mindwoodness, le immersioni sensoriali profonde in natura che uniscono ecoterapia, meditazione, ecologia del profondo a tanto genius loci, amore per i territori, le loro storie, i vissuti che li attraversano.
E’ questa, per me, la cura: riappartenersi, appartenendo, essendo capaci di abitare momenti di indicibile profondità densa di insight e allo stesso tempo di uscirne per aprirci alla leggerezza, alla gioia bambina, al piacere di mangiare una fetta di pane con il pomodoro, insieme.
Impastarsi con la terra, le foglie, le radici delle foreste così come ai sapori, ai profumi, ai sorrisi che le abitano, in un continuo riorientarsi, fuori e dentro di sé.
Gioie semplici, in un mondo abitato da talvolta inutili complessità.
Ma soprattutto, in un retreat di mindwoodness si fa pratica di fiducia di sé e quindi di spaziosità interiore.
Sì, perché fin tanto che viviamo nella paura, nella non conoscenza approfondita del nostro potenziale, abitiamo gli spazi angusti della diffidenza, della strenua difesa del nostro orticello per timore che altri ne approfittino o ci mangino l’insalata più gustosa… dimenticando il senso profondo dell’esserci e del farci portatrici e portatori di una umanità allineata al fine stesso dell’esistenza: esserci, fare la nostra parte, offrire ciò che attraverso di noi transita ma che non è nostro… semplicemente trova in noi un canale di espressione.
Questo passaggio però, badate bene, non è banale e necessita in realtà di una grande cura e un grande lavoro personale perché questo tipo di fiducia incondizionata e di amorevole apertura alla vita si manifesta solo con la maturità interiore.
Tutto ciò richiede infatti che si sia capaci (e pazienti) nello smantellare pian piano difese funzionali e reticenze, riconoscendo lo slabbro della paura, della ferita che si chiude in una morsa di diffidenza e protezione e questo, ahimè, avviene lentamente (dal punto di vista della nostra mente Bianconiglio che sempre si affretta non si sa mai per andare dove). E’ solo con il tempo infatti che sviluppiamo la capacità di parlare alla nostra parte ferita e impaurita, riconoscerne i moti di paura, rassicurarla, talvolta facendo la voce grossa, talaltra ammorbidendoci. Ogni forzatura del processo, badata bene, potrebbe risultare fatale e la Natura ancora una volta ce lo insegna.
In questi ultimi anni che sono stati per me gremiti di bagni di foresta e di incontri, ho avuto la grande fortuna di partecipare a più riprese a questi processi di lenta dischiusa favoriti proprio dall’emergere, in natura, di consapevolezze e intuizioni destinate a lavorarci silenziosamente dentro.
Ma non basta.
Per me l’efficacia della mindwoodness è intimamente legata anche ai territori e alle loro genti, al grumo di racconti e storie, vissuti e scelte che questi sempre esprimono.
Dunque le case che ospitano i retreat non sono mai solo mura accoglienti del buon cibo e letti comodi ma sono parte integrante di una narrazione fitta e complessa, fatta di nomi e storie, vissuti e slabbri, spesso rinunce e si, anche di scelte esistenziali chiare che vanno nella direzione dell’appartenersi appartenendo, dell’amore per le piccole gioie della vita che spesso si accompagnano a un bicchiere di vino, un sorriso sotto la pergola, mani segnate dalla fatica ma anche dalla fiducia, un caffè che sa di casa mentre interiormente è proprio il nostro concetto di casa che sta espandendosi.
Alla fine sono sempre più convinta che casa sia ogni luogo nel quale riusciamo a sentire che abbiamo il cuore al posto giusto e che solo essendo profondamente noi stessi possiamo sperimentare questa sensazione, potenzialmente ovunque in realtà perché troppo spesso riteniamo che il “problema sia fuori” quando a ben vedere….
Non sono il lusso, il confort, l’amenità del paesaggio o la presenza di una jacuzzi a determinare la gioia di sentirsi a casa.
Casa la abitiamo quando riusciamo a riconoscerci in ogni istante in quello che diciamo, pensiamo, agiamo e condividiamo, percependo nel profondo che tutto ciò “è ok” e non perché è qualcuno dall’esterno a stabilirlo, definendo continuamente la misura del nostro poterci esprimere, ma perché dentro di noi si è radicata una consapevolezza calda, radiosa e diffusa che profondamente lo sa, lo sente e lo manifesta.
Ecco perché le “location” dei retreat non sottendono a logiche di mercato (amenità del paesaggio, buon cibo, confort, prezzo giusto) ma alle logiche del cuore che ha da sentirsi a casa varcando la soglia, punto.
Ed ecco anche perché i miei retreat sono rari, richiedono infinita cura, ricerca certosina, l’amore di chi vuole tessere storie e relazioni e non semplicemente geolocalizzare un buon rifugio, una tappa sul percorso.
L’accoglienza, nella mia visione di cura, non è il buon cibo che troviamo a fine attività ma parte integrante di una narrazione che porta il segno della guarigione interiore proprio perché capace di stabilire relazioni con tutto, senza discriminare e scegliere “cosa sì e cosa no”… Dunque chi ci accoglie e si prende cura di noi a fine cammino la sera, è esso stesso parte del processo e viene in modo del tutto naturale integrato nella mia idea ecoterapeutica a tutto tondo
Così è accaduto e sempre accade quando vado a trovare Damiano al Rifugio La Castellina che è diventato per tutti noi anche il simbolo di ciò che andiamo a fare praticando la mindwoodness nei boschi.
Sì, perché è rifugio nel cuore che cerchiamo quando ci avviciniamo a queste pratiche ecoterapeutiche, consapevoli che viviamo vite da sfollati, al largo da noi stessi, da ciò che ci risuona nel profondo e quindi costantemente sollecitati da onde emotive che ci sbattono alla deriva perché il nostro centro lo abbiamo smarrito.
Nei retreat e comunque attraverso questa modalità di prendersi cura di sé e degli altri, si fa un uso approfondito di metafore e similitudini e si impara ad abitare il “mondo delle apparenze” comprendendone nel profondo i continui rimandi alla nostra interiorità che questo ci offre.
Da questo punto di vista circondarsi di persone affini capaci di mettere le relazioni e il “sentirsi bene con” al centro delle loro scelte e delle loro professionalità, diventa il valore aggiunto per me imprescindibile, in tutto ciò che propongo.
Ecco che una immersione profonda in natura per me non è solo una esperienza di bagni di foresta che incontrano la psicologia del Sé e l’ecologia del profondo ma una vera e propria manifestazione concreta di un vivere e incontrarsi in modo semplice, armonioso e profondamente rispettoso a noi stessi e a tutto ciò che ci circonda, fluendo.
Che poi, diciamolo, non è questa la cura?






